Il movimento di liberazione gay italiano nasce, come altrove, sull'onda dei fermenti del 1968 e dei primi anni Settanta, ma con caratteristiche proprie: si sviluppa in un Paese cattolico, in cui la questione omosessuale non era mai stata affrontata apertamente né dalla politica né dal diritto. A differenza della Germania nazista o di altri regimi che avevano codificato in modo esplicito il reato di omosessualità, l'Italia fascista non lo aveva fatto nel Codice Rocco del 1930: non per tolleranza, ma perché si preferiva negare l'esistenza stessa del fenomeno, considerato un'onta per la «razza» e per la virilità nazionale che non meritava nemmeno una menzione di legge.
Questo vuoto normativo non significò libertà: la repressione avvenne per altre vie, dal confino di polizia alla marginalizzazione sociale, dal silenzio della grande stampa alla patologizzazione medica. È in questo contesto di invisibilità forzata che, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta, un gruppo di intellettuali, attivisti e cittadini comuni costruì, spesso pagando di persona, le basi del movimento LGBT+ italiano contemporaneo. Questo articolo ne ripercorre le tappe principali, i protagonisti e l'eredità che ancora oggi informa il dibattito pubblico sui diritti civili in Italia.
Nota metodologica
Perché «pionieri»
Il termine indica qui le persone e le organizzazioni che, prime in Italia, resero visibile e organizzata una battaglia fino ad allora combattuta nella solitudine e nella clandestinità: non un elenco esaustivo, ma una selezione delle figure e degli eventi che la storiografia considera oggi fondativi.
Il lungo silenzio: dal confino fascista al dopoguerra
Durante il ventennio fascista l'omosessualità non fu inserita come reato autonomo nel Codice Rocco, ma questo non impedì una persecuzione sistematica attraverso lo strumento amministrativo del confino di polizia, che non richiedeva processo né prove di un reato specifico. Il caso più noto è quello dell'isola di San Domino, nelle Tremiti: a partire dal 1939 vi furono inviati circa trecento uomini, in gran parte provenienti dal catanese, segnalati dalle autorità locali come «pederasti» o «invertiti». Paradossalmente, isolati dal resto della società, questi uomini diedero vita a quella che gli storici hanno definito la prima comunità omosessuale de facto della storia italiana, sciolta solo nel 1940 quando la struttura fu riconvertita per l'internamento di stranieri all'inizio della guerra.
Nel dopoguerra, nonostante la Costituzione repubblicana e la fine del regime, il silenzio sull'omosessualità restò quasi totale per oltre vent'anni. Le persone omosessuali continuarono a vivere le proprie relazioni in una clandestinità imposta dalla vergogna sociale, dal timore del ricatto e della perdita del lavoro, in assenza di qualunque riferimento culturale, associativo o politico. Sarà solo il clima di contestazione della fine degli anni Sessanta a rompere questo silenzio.

Il caso Braibanti: un processo che scuote il Paese
Il primo evento che porta la questione omosessuale al centro del dibattito pubblico italiano è, paradossalmente, un processo penale. Aldo Braibanti, intellettuale, drammaturgo e già partigiano, viene denunciato nel 1964 dal padre di un giovane, Giovanni Sanfratello, che aveva avuto con lui una relazione. L'accusa è quella di «plagio», reato previsto dall'articolo 603 del Codice Rocco che puniva chi «sottopone una persona al proprio potere» riducendola in totale stato di soggezione: una fattispecie vaga, introdotta dal fascismo, che nel processo Braibanti trova la sua unica applicazione nella storia dell'Italia repubblicana.
Il 14 luglio 1968, al termine di un processo durato quattro anni, la Corte d'Assise di Roma condanna Braibanti a nove anni di reclusione, ridotti a quattro in appello; ne sconterà due, condonati gli altri due per il suo passato di resistente. Sebbene la sentenza non menzioni formalmente l'omosessualità, per l'opinione pubblica e per gli osservatori dell'epoca è chiaro che a essere giudicato è, nella sostanza, l'orientamento sessuale dell'imputato più che un reato reale. Il processo suscita la mobilitazione di gran parte del mondo intellettuale italiano: tra gli altri, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante, Umberto Eco, Dacia Maraini e il regista Marco Bellocchio si schierano pubblicamente in difesa di Braibanti, mentre il Partito Radicale di Marco Pannella è l'unica forza politica a occuparsi del caso.
L'articolo 603 sul plagio sarà dichiarato incostituzionale dalla Consulta solo nel 1981, e la condanna di Braibanti cancellata dai registri l'anno successivo: un percorso di riparazione lunghissimo, che testimonia quanto fosse radicata, ancora nel dopoguerra, la volontà delle istituzioni di reprimere l'omosessualità per vie traverse, in assenza di una legge esplicita.
Approfondimento
L'articolo 603 del Codice Rocco
Il reato di «plagio» puniva con la reclusione da cinque a quindici anni chi riduceva un'altra persona in stato di totale soggezione psicologica. Introdotto durante il fascismo, il caso Braibanti ne rappresenta l'unica applicazione nella storia giudiziaria repubblicana prima della sua abrogazione per incostituzionalità nel 1981.
1971: nasce il FUORI!, il primo movimento organizzato
Nella primavera del 1971 nasce a Torino il FUORI! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), il primo movimento omosessuale organizzato su scala nazionale nella storia d'Italia. Fondatore e animatore principale è Angelo Pezzana, libraio torinese e omosessuale dichiarato, che riunisce attorno a sé attivisti già operanti a Milano, Roma, Torino e Padova. Nello stesso anno confluisce nel FUORI! anche il Fronte di Liberazione Omosessuale, fondato a Roma nell'agosto 1971 da Mariasilvia Spolato, prima donna in Italia a dichiararsi pubblicamente lesbica in televisione.
Il nome scelto è un chiaro gioco di parole tra l'acronimo e l'espressione inglese «coming out», e richiama esplicitamente il francese FHAR (Front Homosexuel d'Action Révolutionnaire) e il Gay Liberation Front angloamericano. Nel dicembre 1971 esce il numero zero dell'omonima rivista, distribuita in circa mille copie in diverse città italiane, con collaboratori come la scrittrice e traduttrice Fernanda Pivano. Inizialmente di ispirazione marxista, il FUORI! legge la discriminazione sessuale come articolazione del più ampio conflitto di classe, ponendo le basi per una identità collettiva costruita, per la prima volta in Italia, sulla rivendicazione pubblica anziché sulla vergogna.
1972: Sanremo e la prima manifestazione pubblica
Il battesimo pubblico del movimento avviene nell'aprile 1972 a Sanremo, dove il Centro Italiano di Sessuologia (CIS) organizza un congresso internazionale dedicato, tra l'altro, alle terapie di «cura» dell'omosessualità, compresi trattamenti ormonali ed elettroshock. Un gruppo di attivisti del FUORI!, tra cui Angelo Pezzana, Alfredo Cohen, la femminista francese Françoise d'Eaubonne e Mario Mieli, allora esponente del Gay Liberation Front di Londra, si presenta davanti al Casinò municipale, sede del congresso, con cartelli e slogan, arrivando a intervenire direttamente ai lavori dal tavolo dei relatori. È la prima volta che in Italia un gruppo di persone omosessuali manifesta pubblicamente e collettivamente per i propri diritti, capovolgendo il rapporto tra chi fino ad allora era stato oggetto passivo di studio clinico e chi ne prendeva la parola.
Contesto storico
Il Convegno di Sanremo
Il Congresso Internazionale di Sessuologia del 1972 riuniva psichiatri e sessuologi attorno al tema, allora diffuso anche in ambito scientifico, della «cura» dell'omosessualità come devianza psichiatrica. La contestazione di Sanremo è generalmente considerata la prima azione pubblica del movimento di liberazione omosessuale in Italia.
Mario Mieli e la critica omosessuale radicale
Tra i protagonisti di quella stagione, nessuno ha lasciato un'impronta intellettuale paragonabile a quella di Mario Mieli. Nato a Milano nel 1952, Mieli entra in contatto con il movimento gay già a Londra, dove aderisce al Gay Liberation Front, prima di tornare in Italia e diventare una delle voci più radicali e visibili del FUORI!. Nel 1977 pubblica «Elementi di critica omosessuale», saggio che intreccia marxismo, psicoanalisi e teoria dei generi per sostenere una tesi allora provocatoria: la bisessualità e la fluidità del desiderio sarebbero una condizione naturale, repressa dalla società capitalistica e patriarcale attraverso l'imposizione dell'eterosessualità obbligatoria come norma. Il libro, oggi considerato un classico del pensiero queer italiano, gli varrà fama e insieme isolamento, per uno stile espositivo tanto colto quanto volutamente dissacrante e provocatorio nelle sue performance pubbliche in abiti femminili.
Mieli si allontana progressivamente dal FUORI! dopo l'avvicinamento del movimento al Partito Radicale, deciso al congresso straordinario di Milano del novembre 1974: una parte della base, di orientamento più marxista e meno incline a un'alleanza con un partito laico-liberale, abbandona per dare vita a collettivi autonomi, tra cui il Collettivo Omosessuale Milanese e, a Roma, il Collettivo Narciso. Mario Mieli morirà suicida a Milano il 12 marzo 1983, a soli trent'anni: la sua scomparsa segnerà profondamente il movimento, che gli intitolerà, pochi mesi dopo, una delle sue organizzazioni più importanti.
Scissioni, sigle nuove e la tragedia di Giarre
Gli anni Settanta del FUORI! sono segnati da tensioni interne, in particolare dopo l'affiliazione al Partito Radicale nel 1974, che allarga la visibilità politica del movimento ma ne diluisce, per alcuni, la carica rivoluzionaria originaria. Il 14 gennaio 1977 si tiene a Palermo quello che è considerato il primo corteo di orgoglio omosessuale in Italia; il FUORI! si scioglierà formalmente nel gennaio 1982, al termine del suo ultimo congresso nazionale a Vico Equense, dopo undici anni di attività e la pubblicazione di oltre sessanta numeri della rivista omonima.
Un salto di qualità nella diffusione territoriale del movimento avviene, tragicamente, in seguito a un fatto di cronaca nera. Il 31 ottobre 1980 vengono trovati morti, mano nella mano e uccisi ciascuno con un colpo di pistola alla testa, i corpi di Giorgio Giammona, venticinque anni, e Antonio Galatola, quindici, coppia gay di Giarre, in provincia di Catania, scomparsi da alcune settimane. Il duplice omicidio, passato alla storia come «delitto di Giarre», appare motivato dal rifiuto delle rispettive famiglie di accettarne l'orientamento sessuale. La notizia provoca una mobilitazione senza precedenti: appena un mese e mezzo dopo, il 9 dicembre 1980, nasce a Palermo il primo circolo ARCI Gay, per iniziativa di don Marco Bisceglia, sacerdote apertamente omosessuale vicino alle comunità di base cattoliche, insieme al giovane obiettore di coscienza Nichi Vendola e ad altri attivisti come Massimo Milani e Gino Campanella. Nello stesso periodo nasce a Palermo anche «Le Papesse», primo collettivo lesbico siciliano.
Il Cassero, il Circolo Mario Mieli e la nascita di Arcigay
Il 28 giugno 1982 il Comune di Bologna concede in gestione al Circolo Culturale 28 Giugno gli spazi del Cassero di Porta Saragozza, antica porta di accesso alla città: è il primo caso in Italia di riconoscimento pubblico di uno spazio a un'associazione omosessuale, e «Il Cassero» diventerà negli anni successivi la sede storica del movimento LGBT+ bolognese e nazionale.
A Roma, nell'aprile 1983, dalla fusione tra la sezione locale del FUORI! e il Collettivo Narciso nasce il Circolo di Cultura Omosessuale, che i fondatori decidono di intitolare a Mario Mieli, scomparso poche settimane prima: il Circolo Mario Mieli diventerà, nei decenni successivi, una delle maggiori organizzazioni LGBT+ italiane, promotrice dal 1994 del Roma Pride e organizzatrice, nel 2000, del primo World Pride della storia.
La svolta organizzativa nazionale arriva nel marzo 1985: nell'assemblea di Bologna del 2 e 3 marzo, quasi tutti i circoli gay allora esistenti in Italia decidono di darsi una struttura unitaria, nascendo così Arcigay come associazione nazionale autonoma, con sede legale al Cassero. Beppe Ramina viene eletto primo presidente e Franco Grillini primo segretario nazionale: sarà proprio Grillini, attivista bolognese e in seguito parlamentare, a guidare l'associazione per gran parte dei successivi due decenni, rendendola la più grande organizzazione LGBT+ del Paese.

Protagonisti e organizzazioni
| Nome / Organizzazione | Ruolo | Contributo principale |
|---|---|---|
| Aldo Braibanti | Intellettuale, drammaturgo | Simbolo involontario della persecuzione giudiziaria dell'omosessualità (processo del 1968) |
| Angelo Pezzana | Fondatore del FUORI! | Fonda a Torino nel 1971 il primo movimento omosessuale organizzato d'Italia |
| Mariasilvia Spolato | Attivista, fondatrice del FLO | Prima donna in Italia a dichiararsi pubblicamente lesbica in televisione (1972) |
| Mario Mieli | Intellettuale, attivista | Autore di «Elementi di critica omosessuale» (1977), voce più radicale del movimento |
| Don Marco Bisceglia | Sacerdote, cofondatore Arcigay | Promuove nel 1980 a Palermo il primo circolo ARCI Gay dopo il delitto di Giarre |
| Nichi Vendola | Cofondatore Arcigay Palermo | Tra i fondatori del primo circolo ARCI Gay, poi parlamentare e presidente di Regione |
| Franco Grillini | Primo segretario nazionale Arcigay | Guida Arcigay dal 1985 per gran parte di due decenni, poi deputato |
| FUORI! | Torino, 1971-1982 | Primo movimento e rivista omosessuale nazionale, ispirazione marxista |
| Il Cassero | Bologna, dal 1982 | Primo spazio pubblico riconosciuto a un'associazione omosessuale in Italia |
| Circolo Mario Mieli | Roma, dal 1983 | Organizza il Roma Pride dal 1994 e il primo World Pride nel 2000 |
| Arcigay | Nazionale, dal 1985 | Prima e più grande federazione LGBT+ italiana, sede storica a Bologna |
L'emergenza AIDS e la maturazione del movimento
La seconda metà degli anni Ottanta segna una svolta drammatica per il movimento, colpito duramente dalla diffusione dell'HIV/AIDS in un clima sociale spesso segnato da stigma e disinformazione. Le organizzazioni nate nel decennio precedente, in primis Arcigay e il Circolo Mario Mieli, si trasformano in prima linea anche in soggetti di sanità pubblica: avviano sportelli di ascolto, campagne di prevenzione e, dal 1989, i primi servizi di assistenza domiciliare per le persone sieropositive non autosufficienti, in un'epoca in cui le istituzioni sanitarie faticavano a colmare il vuoto. Questa fase costringe il movimento a una nuova maturità organizzativa, unendo per la prima volta la rivendicazione dei diritti civili alla gestione di servizi sociali e sanitari su scala nazionale.
Dai primi Pride alle unioni civili
Dal 1994 il Circolo Mario Mieli organizza con cadenza annuale il Roma Pride, che nel 2000, anno del Giubileo, ospita il primo World Pride della storia, non senza tensioni con le gerarchie ecclesiastiche. Nel 2007 il movimento risponde con una grande manifestazione romana, sotto lo slogan «Parità, Dignità, Laicità!», alla contestuale manifestazione conservatrice del Family Day contro il riconoscimento delle unioni di fatto. Nel 2011 Roma ospita l'Europride, organizzato insieme ad Arcigay, MIT, Famiglie Arcobaleno e Agedo.
Il traguardo legislativo più significativo arriva nel maggio 2016, quando il Parlamento approva la legge n. 76, nota come «legge Cirinnà» dal nome della senatrice prima firmataria Monica Cirinnà, che introduce per la prima volta in Italia le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il testo, frutto di un lungo negoziato parlamentare, riconosce diritti patrimoniali e successori equiparabili in larga parte a quelli del matrimonio, ma non prevede, dopo lo stralcio della cosiddetta stepchild adoption, un pieno riconoscimento della genitorialità delle coppie dello stesso sesso: un compromesso che ancora oggi alimenta il dibattito politico.
Approfondimento
Cosa prevede la legge Cirinnà (76/2016)
Istituisce l'unione civile tra persone dello stesso sesso, con diritti di natura patrimoniale, successoria, previdenziale e assistenziale largamente sovrapponibili al matrimonio civile. Non equivale formalmente al matrimonio e, nella versione approvata, non contiene norme sull'adozione del figlio del partner (stepchild adoption), stralciata durante l'iter parlamentare.
Eredità e sfide aperte
A oltre cinquant'anni dalla fondazione del FUORI!, il movimento avviato da quei pionieri ha profondamente cambiato la società italiana: dalla depenalizzazione di fatto avvenuta già nel dopoguerra alla rimozione dell'omosessualità dai manuali diagnostici, dalle unioni civili del 2016 alla progressiva, per quanto disomogenea, visibilità sociale e mediatica delle persone LGBT+. Organizzazioni come Arcigay, oggi federazione con decine di comitati territoriali e centinaia di migliaia di iscritti nel corso della sua storia, e il Circolo Mario Mieli continuano a operare su più fronti: dai servizi di ascolto e prevenzione sanitaria alle campagne contro l'omobitransfobia, dall'educazione nelle scuole all'organizzazione dei Pride in decine di città italiane.
Restano tuttavia aperte questioni rilevanti nel confronto con altri Paesi europei: l'Italia non riconosce il matrimonio egualitario, mantiene incertezze normative sulla genitorialità delle coppie dello stesso sesso e ha introdotto restrizioni sulla gestazione per altri anche quando praticata legalmente all'estero, temi su cui il dibattito politico e sociale resta tuttora acceso e polarizzato.
“Da un processo per plagio celebrato in un'aula di tribunale a una legge dello Stato: la storia del movimento italiano è la storia di persone che hanno trasformato l'invisibilità imposta in una voce collettiva.” — Redazione
Conclusioni
La storia della liberazione gay in Italia non è la storia di un singolo evento fondativo, ma di una sequenza di rotture successive: un processo ingiusto che diventa scandalo nazionale, un gruppo di attivisti che occupa uno spazio pubblico a Sanremo, un libro che ribalta il senso comune, un delitto che diventa spinta organizzativa, uno spazio comunale concesso a Bologna, un'assemblea che unifica decine di circoli sparsi. È dalla somma di questi passaggi, spesso pagati a caro prezzo dai singoli protagonisti, che nasce il movimento LGBT+ italiano contemporaneo, erede diretto dell'intuizione di quei pionieri: che la dignità, per essere riconosciuta, doveva prima di tutto essere rivendicata pubblicamente.
Fonti e approfondimenti
- Gianfranco Goretti, Tommaso Giartosio, La città e l'isola. Omosessuali al confino nell'Italia fascista, Donzelli, Roma 2006
- Gabriele Ferluga, Il processo Braibanti, Aguaplano, Perugia 2013
- Mario Mieli, Elementi di critica omosessuale, Feltrinelli, Milano 1977 (nuova ed. 2017)
- Museo Diffuso di Torino, mostra e volume «FUORI! 1971-2021», Fondazione Sandro Penna
- Archivio storico e sito ufficiale di Arcigay (arcigay.it)
- Archivio storico e sito ufficiale del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli (mariomieli.org)
- Centro di documentazione del Cassero LGBTI Center di Bologna (centrodocumentazionecassero.it)
- Testo della legge 20 maggio 2016, n. 76 («legge Cirinnà»), Gazzetta Ufficiale
Questo articolo ha finalità informative e divulgative; per approfondimenti specialistici si rimanda alle fonti storiografiche e archivistiche citate.
Crediti fotografici
- Copertina: foto di Blackcat, CC BY-SA 3.0, tramite Wikimedia Commons
- Immagine 1: foto di Giorgio Galeotti, CC BY 4.0, tramite Wikimedia Commons
- Immagine 2: foto di Carlo Pelagalli, CC BY-SA 3.0, tramite Wikimedia Commons
